Vita contadina di altri tempi

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Quando in campagna si faticava dall’alba al tramonto, erano le donne che, sacrificando la breve sosta della marènna, piccola colazione, raccoglievano erbe spontanee, fiori, radici, tuberi, teneri virgulti da cucinare o da usare come contorni, aromi e medicinali. Così portavano a casa la sera una minestra di misticanze, figghj mmiscitàti, fòje mmischi, foje maddàte, come rispettivamente si diceva nelle aree provinciali di Brindisi, Taranto e Lecce: erbe, fiori, radici e frutti raccolti ai limiti dei viottoli, ai confini del campo ove si stava lavorando. Le minestre di tante erbe spontanee, le più persistenti, da dover usare per la cena, unico pasto caldo della giornata, erano considerate capaci solo di nutrire, ma anche di preservare da malanni. Saggiamente in un detto popolare si ricorda che: “Non c’è erba che guardi in su che non abbia la virtù”, tanto più se cresciuta al secco e caldo clima mediterraneo. Le erbe spontanee, digeribili, ricche di vitamine e minerali, nelle famiglie più povere placavano la fame ereditata con la miseria dagli avi, ed erano l’unica alternativa alle minestre di legumi, specialmente delle fave a purea, scarse di condimento, da non potersi mangiare senza contorni di erbe: sulle tavole dei ricchi, ove era sempre il pane bianco di farina di grano e il vino rosso da pasto, avevano la funzione di completezza ai già completi pranzi. Durante le pause di lavoro nei campi le donne consumavano frettolosamente la frugale colazione, ‘Na calàta ti pani, e fuci ca è notti, un boccone di pane, e vai in fretta perché passa la giornata, con lo stuzzichino di ‘na scrafòja, ossia di qualche foglia di ruchetta (rùcula), porcellana (spurchiàzza), cicoriella (cicurèdda), sonco (zangòni), strappata alla terra con una decisa torsione, liberata dalla residua polvere passandola sul camicione da lavoro con gesto trasmesso di generazione in generazione. Verdura cruda mangiavano acciaccandola tra le mani per sfibrarla e intenerirla. Se vi era tempo, oltre le erbe, le donne raccoglievano, nelle diverse stagioni, fiori di camomilla, mazzetti di origano, capperi per la provvista di casa o da vendere a sera, esse stesse o i loro ragazzini, cercando gli acquirenti casa per casa nel vicinato. I giornalieri, uomini che solo quando pioveva e non era possibile svolgere altre attività o quando la scelta del padrone non era caduta su di loro per l’ingaggio della giornata, andavano ove era suolo demaniale oppure ove era loro permesso: terre incolte o macchie abbandonate, a trarre dal fondo della terra con l’uso di picconi i lampascioni o a scovare lumache dal guscio scuro e opercolo bianco. In autunno si inoltravano nei boschi a raccogliere i funghi o quant’altro potevano vendere al tramonto nella piazza del paese a chi non voleva o non sapeva o non poteva eseguire personalmente la ricerca. I funghi, che una volta gli uomini disoccupati cercavano in autunno nelle macchie e nei boschi per venderli o portarli a casa per una necessaria minestra della giornata, ora sono raccolti indiscriminatamente, e non per necessità, con danno per la sopravvivenza di qualche specie, per il rinnovato gusto dello spontaneo e presumibilmente incontaminato, per il piacere della ricerca personale, per facilità di potere, motorizzati, raggiungere località assai distanti dalle proprie case, per l’orgoglio di esibire come un trofeo il raccolto. I più poveri, obbligati a sfruttare il tempo ad avere cibi per quanto possibile energetici, ritenevano che i funghi non fossero utili alimenti e che potevano solo fornire un aroma di cui si poteva fare anche a meno; nei secoli passati vennero perciò utilizzati senza essere però molto apprezzati. Destinatari dei funghi erano perciò quasi sempre i ricchi signori, da cui ci si aspettava di poter essere ingaggiati nei tempi dei lavori agricoli, oppure i padroni del fondo tenuto a mezzadria; a quelli si offrivano, se non si vendevano in piazza, con devoto ossequio, come le primizie degli orti o dei frutteti portate ne lu panarièddu, cestino col manico.


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