“U MESTE PARETE”

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Come si costruivano i muretti a secco?

In un punto qualsiasi del paesaggio pietrificato, agricolo e pastorale delle Murge, una mattina d’autunno poco dopo l’alba, un uomo si fa il segno della croce. Sussurra: “In nome di Dio”, si china per deporre in una buca un fagottino e lo ricopre di terra. Si guarda attorno consolato dall’ambiente a lui tanto familiare. Nella distesa di pietre delle Murge fanno da corni e il verde dei boschetti di roverelle, vigneti a ridosso di masserie e casedde (trulli, se preferite), pagghjiare, cisterne e jazzi collegati gli uni agli altri da tratturi come maglie di una rete. Ci sono piccoli campi di orti di terra rossa. Spiccano sul bianco grigio della pietraia come i grani della melagrana spaccata. Nei campi, chicchi di grano aspettano di marcire per rinascere. Negli orti delle casedde, sotto il carrubo, il mandorlo, il pesco, le donne accudiscono ciuffi di cicorie, finocchi, lattughe, rape. L’uomo saluta un contadino su un carro trainato dai buoi, al cui passaggio neri cavalli murgesi scalpitano, un asino raglia. Dai comignoli delle casedde il fumo dei camini vela i simboli bianchi e magici tracciati sui coni grigi. Un mondo fatato? Nient’affatto. L’uomo è u meste parète o paretàre. Gli hanno commissionato un muro a secco intorno a un nuovo orto in un tratto di Murge le cui pietre sono state estirpate con mani, vanghe, sudore e bestemmie. Centinaia di pietre, migliaia di pietre ammucchiate accanto alla ferita di terra rossa dove piantare il pane. U meste parète calcola a falcate la lunghezza del muretto, si sputa sulle mani, callose e toste, e prende una pietra dal cumulo. La osserva, la squadra e comincia a lavorarla con u martièdde. Quando ha finito, la depone la dove ha celato il fagottino. E poi accanto alla prima pietra ne mette un’altra e un’altra ancora per il muretto, ma il maestro con quei passi può fare di tutto e scolpire così il paesaggio pietrificato delle Murge. Un mestiere antico il suo. Tradizionale: ecco il perché di quella pietra sopra quel fagottino dove il proprietario dell’orto ha messo qualche moneta, un crocifisso oppure un santino.

I muretti a secco, simboli della Puglia, non hanno vita facile. I più vetusti, se crollano, vattelappesca chi li ripara. I bravi meste paretàre sono rari. Per un solo muretto a secco, u meste scolpiva per la prima fila blocchi detto chiangòene, le fessure le chiudeva con le sckàrde, schegge di pietre, e “di mano in mano che s’innalzava l’opera, si riempiva l’intercapedine con scapoli, cioè pesanti massi irregolari detti vruùechele, con sassi grezzi (mezzachene), con ciottolini (saverràune) e cigoli (savònere)”. E se u paretàre, lungo il tracciato, s’imbatteva in un albero da frutto, di proprietà dell’ortolano confinante? Nemmeno a pensarci di abbatterlo. Creava un’ansa e questo spiega perché alcuni muretti hanno un andamento a biscia. C’è da rimanere ancor più stupiti vedendo muretti con la nicchia votiva dedicata al santo patrono. A conferma di quale opera di ingegnosa architettura sia il muretto a secco, bisogna notare, alla base, le aperture per consentire il deflusso delle acque piovane. Inoltre il manufatto è in alcuni interrotto da scalette (in pietra, è ovvio) che servono per raggiungere il piano di calpestio del tratturo o i sentieri tra campi e orti. Appena terminato, le pietre presentano colori grigi, bianchi, ocra, rossastri. Ma in poche settimane, sole, pioggia, e vento le ossidano, e cominciano a formarsi licheni color muffa o marroni. Tra pietra e pietra, secondo i piani, trovano casa bisce, formiche, topolini di campagna, lucertole e ramarri. persino le faine vi hanno tana. E per l’umido che si raccoglie alla base del muretto, crescono asparagi, funghi, cicorielle, rovi di more.


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