Egnazia: così vive la città morta

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Se un giorno un viaggiatore capita da queste parti, trova una città morta. Quando Egnazia sia morta è un mistero, e ancor più è un mistero come sia morta. Certo la storia ha la sua parte. Travolta dallo sfacelo dell’Impero Romano, sarebbe stata anch’essa spazzata dalle ondate dei barbari. La distruzione definitiva è attribuita ai Goti di Totila nel 545, per mezzo di quella devastante guerra fra Goti e Bizantini che per vent’anni mise a ferro e fuoco il Mezzogiorno. Un peso anche più importante ce l’ha una maledizione della natura. Il bradisismo, sollevando il livello del mare di oltre quattro metri e mezzo, sommerse la città, ma cominciò molto tempo prima a far scomparire il porto. Il porto, per Egnazia era quasi tutto. La forza e la potenza della città al confine tra Bari e Brindisi erano nella posizione privilegiata sul mare, al culmine della via Traiana, principale collegamento fra Roma e l’Oriente. Ma ci si misero pure gli uomini, i quali smantellarono ciò che di Egnazia rimaneva ricavando pietra per le costruzioni della campagna. All’inizio Egnazia fu un villaggio di capanne, 12/13 secoli prima di Cristo. Fu poi centro di scambio e di mediazione, centro marittimo e stradale, avamposto e retroterra. Fu ricca. Le sepolture, l’arte, le difese ne testimoniano la propensione messapica. Non sfondò qui la Magna Grecia, davanti all’ostacolo di una civiltà e di una organizzazione ben definite. Invece quando arrivò Roma fu piazza pulita del passato e del presente. Che non siano state trovate tracce di una zecca, passi pure. Ma che non siano state trovate tracce di armi, è molto più strano. C’erano, è vero, mura massicce. Ma avrebbero dovuto essere presidiate da soldati. Forse il difetto è nell’insufficienza degli scavi, ma un dubbio resta. Certo, armi o non armi, Roma travolse tutto. Avvenne dopo la guerra del 280 avanti Cristo contro Pirro re dell’Epiro, il primo scontro aperto con l’ellenismo. Pirro, abbandonato dalla ricca ma imbelle Taranto, lasciò via libera. Il guaio non fu la confisca romana. Il guaio fu anzitutto la crisi demografica per i molti morti. Poi la schiavitù delle popolazione. Forse anche Egnazia fu “occupata e rioccupata”. Ma ancora una volta il porto e la via Traiana la salvarono. E i romani ne capirono l’importanza. Risanarono le paludi ai piedi dell’acropoli. La costituirono in municipio, e gli egnatini ringraziarono con una statua ad Agrippa. Ai tempi di Ottaviano i Romani rilanciarono con la basilica civile. Salito al potere l’Imperatore Vespasiano, Egnazia fu retrocessa a colonia, perché occorreva concedere terra ai veterani. La città si affollò di agricoltori sfrattati, poi andò avanti fra alti e bassi, finchè arrivarono i barbari. Passeggiamo fra le rovine. Profondi solchi segnano i 120 metri di via Traiana ancora alla luce. Le ruote dei carri vi dovevano passare e ripassare, gran traffico e febbrile movimento. Spiega lo storico Antonio Donvito com’era sistemata la città. La prima fascia lungo la costa con “cantieri, darsene, piani di carico, depositi, empori”. Poi le costruzioni pubbliche: aree sacre, stoà, basilica civile, Foro, mercato. Quindi le insulae, con “abitazioni, botteghe, fornaci, impianti termali, basiliche”. Culti orientali vi erano stati introdotti da schiavi, mercanti soldati, marinai. Famiglie di greci, babilonesi, siriaci, armeni, egizi vi passavano a caccia di fortuna verso la capitale. Nel culto al dio Attis, riti orgiastici si alternavano a canti e danze. Ricordando tutto questo si deve passare tra le rovine di Egnazia. Poi magari si devono chiudere gli occhi. E allora anche ciò che è senza anima sembrerà vivo e le pietre non saranno più pietre ma ossa parlanti dei tanti che vissero e morirono qui e hanno voglia di farci sapere.


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